Giuseppe Verdi nacque nelle campagne di Roncole, una frazione di Busseto (PR), il 10 ottobre 1813 da Carlo, oste e rivenditore di generi alimentari, e Luigia Uttini, filatrice. Il padre agricoltore, di origini piacentine, decise di aprire un’osteria nella frazione di Roncole di Busseto alternando il lavoro nei campi. L’atto di nascita di colui che sarà il Maestro fu redatto in francese, appartenendo in quegli anni Busseto e il suo territorio all’Impero francese creato da Napoleone.

Verdi aveva solo quindici anni quando, nel 1828, una sua sinfonia d’apertura venne eseguita, in luogo di quella di Rossini, nel corso di una rappresentazione de “Il barbiere di Siviglia” al teatro di Busseto. Nel 1832 si stabilì a Milano dove, grazie all’aiuto economico di Antonio Barezzi, tentò inutilmente di essere ammesso presso il prestigioso conservatorio e fu per diversi anni allievo di Vincenzo Lavigna, maestro concertatore del Teatro alla Scala.

Nel 1836 il Maestro Verdi sposò Margherita Barezzi, ventiduenne figlia del suo benefattore, con la quale due anni più tardi andò a vivere a Milano in una modesta abitazione. Nel 1839 riuscì finalmente, dopo quattro anni di lavoro, a far rappresentare la sua prima opera al Teatro alla Scala: era l’Oberto, Conte di San Bonifacio, su libretto originale di Antonio Piazza, largamente rivisto e riadattato da Temistocle Solera. L’Oberto era un lavoro di stampo donizettiano, ma alcune sue peculiarità drammatiche piacquero al pubblico tanto che l’opera ebbe un buon successo e quattordici repliche.

Visto l’esito dell’Oberto, l’impresario della Scala Bartolomeo Merelli gli commissionò la commedia Un giorno di regno, andata in scena con esito disastroso. L’insuccesso dell’opera fu dovuto, con ogni probabilità, alle condizioni in cui fu composta. Un tremendo dolore attanagliava Verdi a causa della morte della moglie e dei figli avuti da lei. La prima ad andarsene era stata la piccola Virginia Maria, nata nel marzo 1837 e morta nell’agosto 1838; Icilio Romano, nato nel luglio 1838, era morto invece nell’ottobre 1839. Infine la loro madre Margherita era spirata nel giugno 1840. Verdi era solo, privo ormai della sua famiglia. Ciò aveva gettato il musicista nel più profondo sconforto, e per ironia della sorte l’opera che gli era stata richiesta doveva essere comica.

Fu ancora Merelli a convincerlo a non abbandonare la lirica, consegnandogli personalmente un libretto di soggetto biblico, il Nabucco, scritto da Temistocle Solera, che il Maestro Verdi accettò di musicare. L’opera andò in scena il 9 marzo 1842 al Teatro alla Scala e il successo fu questa volta trionfale. Venne replicata ben 64 volte solo nel suo primo anno di esecuzione.

Nabucco segnò l’inizio di una folgorante carriera. Per quasi dieci anni Verdi scrisse mediamente un’opera all’anno, affermandosi come il più celebre musicista del suo tempo.

Gli anni ’40 culminarono con la messa in scena della così detta “trilogia popolare”, (Rigoletto, Il Trovatore, La Traviata), opere che consacrarono definitivamente il Maestro quale punto di riferimento della scena mondiale.

In quegli anni riaffiorò prepotente in lui, ormai compositore affermato, ricco e noto al pubblico internazionale, il fascino della campagna, le terre della sua infanzia, quelle che oggi definiamo Terre Verdiane proprio in onore del grande Maestro. Pertanto, nel maggio 1848 Verdi acquistò dai signori Merli la villa di Sant’Agata, una frazione di Villanova sull’Arda (provincia di Piacenza), a pochi km da Busseto, dove diventò anche consigliere comunale. Qui si stabilì tre anni più tardi, insieme alla sua nuova compagna, il soprano Giuseppina Strepponi, che sposò nel 1859. La fattoria finì con l’assorbire gran parte del tempo del Maestro, almeno tutto quello che la musica gli lasciava libero e così, via via, col passare degli anni, l’amore per la campagna diventò, per lui, una vera e propria professione, tanto da divenire, in pochi anni, uno dei più importanti ed influenti impresari agricoli della Bassa.

La seconda metà degli anni cinquanta dell’Ottocento furono per il compositore anni di travaglio: Verdi poteva finalmente comporre senza fretta, ma l’intero mondo musicale stava lentamente cambiando. Tale periodo di massima maturazione umana ed artistica culminò con Aida, commissionata dal kedivè d’Egitto e andata in scena la vigilia di Natale del 1871.

Dopo Aida, Verdi decise di ritirarsi a vita privata. Iniziò così il periodo del grande silenzio (interrotto dalla Messa di Requiem scritta in occasione della morte di Alessandro Manzoni), durante il quale il rude “contadino” di Roncole di Busseto meditò sui grandi mutamenti artistici in corso nel mondo. A farlo uscire dall’isolamento fu Arrigo Boito, con il quale instaurò una proficua collaborazione che si tradusse da prima con il rifacimento del Simon Boccanegra rappresentato con grande successo al Teatro alla Scala di Milano nel 1881 e poi con le memorabili opere Otello e Falstaff.

Verdi trascorse gli ultimi anni tra Sant’Agata e Milano. Nel 1897 la moglie Giuseppina morì, lasciandolo solo. Nel 1899 istituì l’Opera Pia – Casa di Riposo per i Musicisti: redigendo il testamento stabilì molti legati destinati ad essa e a vari altri enti sociali, mentre istituì erede universale delle sue ingenti ricchezze una cugina adottata (da parte di padre) di Busseto, Filomena Verdi.

La morte del Maestro Verdi, il 27 gennaio 1901, segnò la conclusione di un’era della vita italiana; l’apoteosi del suo funerale coincise invece con l’inizio della parabola ascendente della fortuna della sua opera, mai come oggi viva ed attuale sulle scene di tutto il mondo.

Fonti per elaborazione: Prof. Pierluigi Pietrobello, giuseppeverdi.it e wikipedia (voce Giuseppe Verdi)

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